Volere ma cosa volere? Tenebre spirituali dell'Occidente e Noluntas.
Il grande filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ritenne il cristianesimo occidentale una decadenza-degenerazione della originaria religione cristiana ortodossa. Schopenhauer giunse a negare il valore della preghiera dei cristiani in nome del principio della unione con Dio ove la volontà umana è sostituita da Dio (Noluntas). Nella Bibbia è detto del diavolo che assurge a dio del mondo e provvisti di questa estrema osservazione si può cogliere la positività della sua filosofia per una cristianità in condizioni di totale ottenebramento. Per “mondo” Schopenhauer intese la rappresentazione che la volontà di vita fa dell’universo, con tutte le illusioni e conseguenti scontri. Questa volontà è protesa verso piaceri sempre maggiori ma bisogna integrarla col conoscere se non si desidera restare nella condizione d’esistenza dominata da dolore e sofferenza. Questo dominio deve diventare nulla e schiudersi la vera percezione e concezione dell’universo. Nel Buddhismo Dio resta implicito sullo sfondo di questo cammino non solo spirituale e ciò corrisponde alla visione semplicemente filosofica della realtà; nel Cristianesimo lo stesso sfondo è attivo e il cammino non può farsi senza l’intervento di Dio ma ciò non pregiudica il bisogno di filosofare. Del mondo quale assieme di eventi senza verità Cristo indica la via della dissociazione (psicologicamente una forma di distacco), il Buddha quella dell’oltrepassamento. Il pessimismo non sta nella conclusione ma solo nella iniziale presa d’atto di una negatività altrimenti insormontabile. La consapevolezza si presenta pessimisticamente perché è preceduta da naturale ingenuità. Però ne esiste anche un’altra che è una costruzione arbitraria meritevole di critica morale e correzione etica. Schopenhauer era in questo durissimo non senza una certa velleitarietà, dato che agiva entro una azione integralmente criticamente filosofica per assolvere còmpito che come detto necessita anche di altro. Questo lo ammetteva ma senza coscienza precisa dei limiti della pura filosofia alle prese coi problemi della fede, la quale tuttavia ne risultava difesa – anche se subissata di notazioni non ben contestualizzate. Criticare interpretazioni non originarietà delle opere dell’Occidente non solo filosofico avrebbe richiesto distinzioni più nette delle sue. Davvero a pensare un mondo manifestazione del diavolo e a scambiarlo per il Creato opera di Dio è tutto l’Occidente, anche religioso e cristiano e fino al punto che bisogna persino smettere di pregare? Dico proprio di no… Tuttavia non si può negare che tante tenebre ancora vi siano per tanti. L’ossessione della morte domina gli ambienti sociali della Chiesa e il dogma di Gesù Cristo morto e risorto è circondato da mezze verità e complete falsità, fino al punto che la Croce di Cristo, voluta da Dio per annichilire il male, dai più non è distinta dalla Crocifissione che è lavoro di Satana e strumento inadeguato del diavolo. Così anche alti prelati pensano che il male, sia pure provvisoriamente, debba essere di casa per il credente; e l’esempio (biblico o non solo) del Messia umano e del suo travaglio di morte alla fine superato viene distorto in una fatalistica atea accettazione del “male necessario”. Questo greve antifilosofico pessimismo è il seguito di un ottimismo mondano che nessuna religione con la propria dottrina ammette. Anzi scopo della autentica fede è un’altra visione positiva che non si fonda sulla partecipazione alla mondanità ma sul confronto del Mistero dietro essa. Dunque a fronte di questa pazzia tanto ‘immanente’ che trova dogmi nelle lusinghe di eventi precari poi esiziali, la Noluntas filosoficamente identificata per la prima volta in Occidente dal tedesco Schopenhauer è rimedio urgente. Essa nella Bibbia è tradizionalmente detta: non concupire, modernamente meno chiaramente ma misticamente definita col “non desiderare”. Non lasciare che la brama, smentita dai dispetti del mondo, faccia sembrare il supplizio patito da Gesù un fato divino, questo è razionalmente ovvio ma razionalisticamente a volte impossibile e anzi senza fede diviene emotivamente “normale”: normale per chi dovendo trovare un distacco verso gli eventi puramente mondani, quelli più ambigui e disastrosi, rifiuta che un altro Evento disintegri lo schieramento del male. Questa vittoria nel caso estremo è l’Evento-Cristo (nel meno estremo l’Evento del Buddha). Se il segno non è colto in tutta la dirompente positività ma rovesciato nella diabolica apparenza che lo doppia, non c’è Chiesa ma Anticristo. Questo afferma che non esiste alcun mondo dietro il mondo ma tace o scorda che l’ulteriorità indicata dalla fede non è a sua volta mondo. I discorsi del cristianesimo e di tutte le altre religioni sono altra cosa da quelli concepiti entro pregiudizi e prevenzioni sulla Realtà del Mistero.
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Oggi (19 settembre 2026 (h 14:19)) aggiungo quest'altro (e non so se e fino a quando lo lascerò qui):
Qui di sèguito alcuni miei commenti (alcuni stranamente - per non dire sospettamente - non ancora pubblicati o pubblicati in versione non l’ultima inviata) ad articoli apologetici e di altro rifiuto che io notavo essere lavori a metà:
Link:
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Certamente la visione storico-positivista sottrae dell'evento Gesù Cristo proprio la dimensione del mistero che rende la missione del Nazareno rilevante per la volontà di credere. Parimenti però il non riconoscere che ciascuna carne, nessuno escluso, è debole a fronte dell'incognita cui l'Incarnazione del Verbo di Dio ripara, ripresenta indefinitamente il bisogno di stabilire con precisione l'esperienza nei suoi limiti.
Leggendo alcuni passi di scritti passati di Mancuso constatavo che delle critiche di Kant, come dettato dall'ateismo marxista, trascurava la tematica della ragion pratica, la quale a suo modo ripropone la possibilità di una rigorosa e certa metafisica. Ma se non si capisce che la salvezza da Dio in Cristo è direttamente nella presenza di Dio e che il messia di Nazareth ne era soltanto circostanza storica - questa peraltro non per tutti perché il Vangelo può essere anche senza rappresentante della Parola - ecco che le decostruzioni di V. Mancuso vi resteranno irrefutabili.
2
Offro schema di orientamento ed integrativo:
Evento Dio-uomo : personificazione
Uomo: Idea (Persona rappresentata non personaggio storico)
Dio: Presenza (analogicamente “Persona”)
- La carne è debole, a vincere il male è la presenza e il corpo di Cristo non ha potere da parte umana ma perché la peccaminosità umana non è inesistente in Gesù ma è annullata dalla perfezione di Dio.
La distinzione mereologica tra parte e tutto non ha senso per descrivere l’unione teandrica dato che in questa c’è la differenza ontologica tra Essere ed ente, nella prima solo enti ed entità*.
*Per quanto una certa prepotenza ontologico-filosofica vada predicando che non vi sia distinzione enti/entità, oltre il limite della logica chiusa nel riferimento alle sole cose tale distinzione c’è, tanto che senza non vi sarebbe la demonologia accanto alla teologia.
3
Ha scritto sinteticamente l'autore dell'articolo:
"Il paradosso Mancuso-Ratzinger non è un esercizio accademico. È la cartina di tornasole di una frattura che attraversa il cristianesimo contemporaneo. Da una parte, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso la Chiesa, il dogma e la storia. Dall’altra, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso il superamento della Chiesa, del dogma e della storia, in nome di una «coscienza universale».”
Ci si domandi: quale storia, quante storie? La biografia del rabbi Yeshua o il ritratto della sua missione? Solo questa per 'segno' di Cristo? Soltanto la tradizione che deriva dall'incontro di Roma con la missione di tal Yeshua (alias Gesù di Nazareth)? Se Ratzinger si era illuso di un unico centro della storia, ecco il teologo Mancuso, che non è un vero ribelle, a non sopportare di ruotarci attorno e a rifugiarsi, senza adeguatamente e concretamente pensare alla molteplicità cristica, nel sincretismo col paganesimo nel quale "Dio nella storia” è confuso con "storia ed eternità". C'è connivenza.
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Nel mio commento si troveranno unite prospettiva ortodossa e sensibilità protestante.
Se la Croce di Cristo nella storia da 'segno', e da 'mezzo' (sussistente però in qualità di segno), è pensata quale causa umana di salvezza, tutto il bene che viene dal riconoscere che in Essa è Dio a sacrificarsi viene annullato da una indistinzione tra natura umana e natura divina. Gesù Cristo quale evento di incontro personificato Dio-uomo non è motivo per accantonare la verità stabilita anticamente in Concilio: nella unione teandrica le due nature sono distinte. Quindi nessuna compassionevole impotenza di Dio e altruistica sovrapotenza umana. L'esempio dell’uomo che dà al prossimo l'intera propria vita è un residuo mitico che insinuato nella simbologia allegorica genera un orrore mai visto prima nel mondo religioso – certo che la fede nella salvezza ultima comporta il rischio dell’errore estremo.
Non c'è dubbio che l'impostazione su cui verte il discorso dell’autore dell’articolo sia proprio quella giusta: il sacrificio di Dio sulla croce. Tuttavia cercarne con problematico misticismo il corrispettivo umano è un indugio che se non smascherato genera fatalmente scomposte reazioni vitalistiche, quali quella dello stesso Mancuso.
Il teologo evangelico E. Jüngel riassumeva l’evento della Riforma protestante con l’espressione ‘Solus Deus’, abbandonando così ogni ambiguità. Monofisismo ereticale o proprio eretico? Niente di tutto questo. Il disastro sorge quando antropologia e teologia sono costrette non legate assieme per voler restare a tutti i costi in una storia recepita come unica. Ciò confonde biografia del messia umano e figura teologica da lui non specchiata solo rappresentata (e concetto predicato e Idea mostrata attraverso la predica stessa). Se nella cristologia non si specifica la distinzione tra le due nature umana e divina ne nasce una confusione mortale per la Dottrina cristiana.
La Trinità presenta tre elementi di cui il secondo, “il Figlio”, non è personaggio storico. Nel Vangelo Gesù se ne attribuisce solo titolo, specificandone l’umiltà rispetto agli analoghi politeisti esenti da idolatrie, i quali lasciando agio per iniziative umane consentivano ampio sviluppo di proprie virtù (la differenza “Figlio di Dio” / “dèi” – U. Zwingli a suo tempo aveva precisato che maggiore virtù non forza della fede è nel paganesimo (Gv 10, 31-36)). Nel Secolo Ventesimo R. Bultmann affermava con forza che nessun individuo storico è oggetto di fede e che bisogna superare il linguaggio mitologico (senza negarlo!) per giungere alla Verità teologica. È ciò di cui l’articolo che sto commentando ha bisogno, non senza la necessità di riconoscere proprio una fantasia intrusa. Difatti l’altruismo di Dio Figlio è irreplicabile e da non replicare con l’altruismo del messia umano che alla esistenza del Figlio partecipa soltanto.
Se non si rispetta tutto ciò ecco che giusta premessa teologica (il sacrificio di Dio) resta senza la sua giusta conclusione e che la vera storia non può essere integrata nella vera Dottrina.
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Storia e ontologia dominano il discorso dell’autore dell’articolo assieme alla registrazione di un presunto divario o abisso tra Passione di Cristo e sua Resurrezione. Ma allora come fare a tenere insieme evento umano ed essere eterno di Dio?
Sepolcro di Cristo e Gesù Celeste compongono un’assenza mentre si dice di rianimazione biologica ma pure di trasformazione-trasfigurazione corporea. Allora tale rianimazione se non è il ripresentarsi dello stesso corpo, della medesima persona, cosa sarebbe? L’autore dell’articolo cerca di dimostrare che il Risorto non è solo nel mondo dello Spirito, ma a sua detta fisicamente ciò sarebbe l’assenza di lui: chi lo rivede non sogna, non è allucinato ma è solo un essere remoto, celeste che appare. Questo sarebbe il non ripetersi indefinito del male, la storia che non si chiude nella propria negatività, l’irrompere di Dio extra nos, esternamente alla nostra mente ed esistenza fisica, dunque non un segno ma direttamente cambio di destino… Eppure, dico, una esistenza ulteriore, remotamente celeste, non cancella l’accaduto tragico, lo sublima soltanto; e solo magicamente cioè inanemente questa dipartita potrebbe cambiare il destino della storia. Invece Gesù di Nazareth morto e risorto è segno di un futuro che Dio compie, direttamente Lui solo – e va detto pure che tale segno nell’articolo è descritto a metà, privato del suo manifestarsi quale accadimento fausto.
Dovendosi affermare realtà storica e ontologica, si deve distinguere – avendo cura di capire che apparire della morte non è suo compiersi - tra risuscitazione fisica e risurrezione metafisica.
V. Mancuso è accusato di relegare il risorgere in un puro separato spirito; ma se non si testimonia della completa risuscitazione fisica distinta non separata dalla risurrezione metafisica allora quel che resta è la alienazione dello spirito dalla materia e la critica atea (in particolare marxista) finirebbe col sostituire la dottrina di fede.
La risurrezione è davvero evento spirituale, fuori dalla portata della indagine scientifica; invece il corrispettivo materiale costituito dalla risuscitazione è la morte apparente, che è eventualità nota agli scienziati. La fede in Cristo risorto non dipende dalla percezione di un assoluto prodigio ma dalla constatazione che in tanta – nonostante tutto – impotenza umana solo il potere di Dio stesso provvede all’oltrepassamento di una morte inaccettabile, ‘ignominiosa’, ovviamente tutto questo senza che si neghi l’altra futura serena dipartita. I limiti umani restano, il cristianesimo nasce con la consapevolezza dei propri umani limiti e l’intuizione che nel caso peggiore Dio ne sopperirà… e questo non significa che l’aspettativa di vita cristiana sia obbligata a passare attraverso accadimenti estremi. Non c’è alcun destino segnato, la morte da superare può anche apparire solo in mente.
MAURO PASTORE|
MAURO PASTORE
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