Volere ma cosa volere? Tenebre spirituali dell'Occidente e Noluntas.
Aggiornamento: 24 set
Il grande filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ritenne il cristianesimo occidentale una decadenza-degenerazione della originaria religione cristiana ortodossa. Schopenhauer giunse a negare il valore della preghiera dei cristiani in nome del principio della unione con Dio ove la volontà umana è sostituita da Dio (Noluntas). Nella Bibbia è detto del diavolo che assurge a falso dio del mondo e provvisti di questa estrema osservazione si può cogliere la positività della sua filosofia per una cristianità in condizioni di totale ottenebramento. Per “mondo” Schopenhauer intese la rappresentazione che la volontà di vita fa dell’universo, con tutte le illusioni e conseguenti scontri. Questa volontà è protesa verso piaceri sempre maggiori ma bisogna integrarla col conoscere se non si desidera restare nella condizione d’esistenza dominata da dolore e sofferenza. Questo dominio deve diventare nulla e schiudersi la vera percezione e concezione dell’universo. Nel Buddhismo Dio resta implicito sullo sfondo di questo cammino non solo spirituale e ciò corrisponde alla visione semplicemente filosofica della realtà; nel Cristianesimo lo stesso sfondo è attivo e il cammino non può farsi senza l’intervento di Dio ma ciò non pregiudica il bisogno di filosofare. Del mondo quale assieme di eventi senza verità Cristo indica la via della dissociazione (psicologicamente una forma di distacco), il Buddha quella dell’oltrepassamento. Il pessimismo non sta nella conclusione ma solo nella iniziale presa d’atto di una negatività altrimenti insormontabile. La consapevolezza si presenta pessimisticamente perché è preceduta da naturale ingenuità. Però ne esiste anche un’altra che è una costruzione arbitraria meritevole di critica morale e correzione etica. Schopenhauer era in questo durissimo non senza una certa velleitarietà, dato che agiva entro una azione integralmente criticamente filosofica per assolvere còmpito che come detto necessita anche di altro. Questo lo ammetteva ma senza coscienza precisa dei limiti della pura filosofia alle prese coi problemi della fede, la quale tuttavia ne risultava difesa – anche se subissata di notazioni non ben contestualizzate. Criticare interpretazioni non originarietà delle opere dell’Occidente non solo filosofico avrebbe richiesto distinzioni più nette delle sue. Davvero a pensare un mondo manifestazione del diavolo e a scambiarlo per il Creato opera di Dio è tutto l’Occidente, anche religioso e cristiano e fino al punto che bisogna persino smettere di pregare? Dico proprio di no… Tuttavia non si può negare che tante tenebre ancora vi siano per tanti. L’ossessione della morte domina gli ambienti sociali della Chiesa e il dogma di Gesù Cristo morto e risorto è circondato da mezze verità e complete falsità, fino al punto che la Croce di Cristo, voluta da Dio per annichilire il male, dai più non è distinta dalla Crocifissione che è lavoro di Satana e strumento inadeguato del diavolo. Così anche alti prelati pensano che il male, sia pure provvisoriamente, debba essere di casa per il credente; e l’esempio (biblico o non solo) del Messia umano e del suo travaglio di morte alla fine superato viene distorto in una fatalistica atea accettazione del “male necessario”. Questo greve antifilosofico pessimismo è il seguito di un ottimismo mondano che nessuna religione con la propria dottrina ammette. Anzi scopo della autentica fede è un’altra visione positiva che non si fonda sulla partecipazione alla mondanità ma sul confronto del Mistero dietro essa. Dunque a fronte di questa pazzia tanto ‘immanente’ che trova dogmi nelle lusinghe di eventi precari poi esiziali, la Noluntas filosoficamente identificata per la prima volta in Occidente dal tedesco Schopenhauer è rimedio urgente. Essa nella Bibbia è tradizionalmente detta: non concupire, modernamente meno chiaramente ma misticamente definita col “non desiderare”. Non lasciare che la brama, smentita dai dispetti del mondo, faccia sembrare il supplizio patito da Gesù un fato divino, questo è razionalmente ovvio ma razionalisticamente a volte impossibile e anzi senza fede diviene emotivamente “normale”: normale per chi dovendo trovare un distacco verso gli eventi puramente mondani, quelli più ambigui e disastrosi, rifiuta che un altro Evento disintegri lo schieramento del male. Questa vittoria nel caso estremo è l’Evento-Cristo (nel meno estremo l’Evento del Buddha). Se il segno non è colto in tutta la dirompente positività ma rovesciato nella diabolica apparenza che lo doppia, non c’è Chiesa ma Anticristo. Questo afferma che non esiste alcun mondo dietro il mondo ma tace o scorda che l’ulteriorità indicata dalla fede non è a sua volta mondo. I discorsi del cristianesimo e di tutte le altre religioni sono altra cosa da quelli concepiti entro pregiudizi e prevenzioni sulla Realtà del Mistero.
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Ad oggi ho fatto tre aggiunte (19, 21, 24 settembre 2026).
La prima è fatta di alcuni miei commenti (alcuni non ancora pubblicati o pubblicati in versione non l’ultima inviata) ad articoli apologetici e di altro rifiuto che io notavo essere lavori a metà. La seconda è composta da un mio commento dato (e fino ad ora non ancora pubblicato) a replica di stesso V. Mancuso a A. Staglianò (v. link sopra) quindi di ulteriori mie considerazioni per l'occasione. La terza è costituita dal commento alla controreplica dello Staglianò (in attesa, chissà, di pubblicazione).
I
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Certamente la visione storico-positivista sottrae dell'evento Gesù Cristo proprio la dimensione del mistero che rende la missione del Nazareno rilevante per la volontà di credere. Parimenti però il non riconoscere che ciascuna carne, nessuno escluso, è debole a fronte dell'incognita cui l'Incarnazione del Verbo di Dio ripara, ripresenta indefinitamente il bisogno di stabilire con precisione l'esperienza nei suoi limiti.
Leggendo alcuni passi di scritti passati di Mancuso constatavo che delle critiche di Kant, come dettato dall'ateismo marxista, trascurava la tematica della ragion pratica, la quale a suo modo ripropone la possibilità di una rigorosa e certa metafisica. Ma se non si capisce che la salvezza da Dio in Cristo è direttamente nella presenza di Dio e che il messia di Nazareth ne era soltanto circostanza storica - questa peraltro non per tutti perché il Vangelo può essere anche senza rappresentante della Parola - ecco che le decostruzioni di V. Mancuso vi resteranno irrefutabili.
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Offro schema di orientamento ed integrativo:
Evento Dio-uomo : personificazione
Uomo: Idea (Persona rappresentata non personaggio storico)
Dio: Presenza (analogicamente “Persona”)
- La carne è debole, a vincere il male è la presenza e il corpo di Cristo non ha potere da parte umana ma perché la peccaminosità umana non è inesistente in Gesù ma è annullata dalla perfezione di Dio.
La distinzione mereologica tra parte e tutto non ha senso per descrivere l’unione teandrica dato che in questa c’è la differenza ontologica tra Essere ed ente, nella prima solo enti ed entità*.
*Per quanto una certa prepotenza ontologico-filosofica vada predicando che non vi sia distinzione enti/entità, oltre il limite della logica chiusa nel riferimento alle sole cose tale distinzione c’è, tanto che senza non vi sarebbe la demonologia accanto alla teologia.
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Ha scritto sinteticamente l'autore dell'articolo:
"Il paradosso Mancuso-Ratzinger non è un esercizio accademico. È la cartina di tornasole di una frattura che attraversa il cristianesimo contemporaneo. Da una parte, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso la Chiesa, il dogma e la storia. Dall’altra, chi crede che la fedeltà al Vangelo passi attraverso il superamento della Chiesa, del dogma e della storia, in nome di una «coscienza universale».”
Ci si domandi: quale storia, quante storie? La biografia del rabbi Yeshua o il ritratto della sua missione? Solo questa per 'segno' di Cristo? Soltanto la tradizione che deriva dall'incontro di Roma con la missione di tal Yeshua (alias Gesù di Nazareth)? Se Ratzinger si era illuso di un unico centro della storia, ecco il teologo Mancuso, che non è un vero ribelle, a non sopportare di ruotarci attorno e a rifugiarsi, senza adeguatamente e concretamente pensare alla molteplicità cristica, nel sincretismo col paganesimo nel quale "Dio nella storia” è confuso con "storia ed eternità". C'è connivenza.
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Nel mio commento si troveranno unite prospettiva ortodossa e sensibilità protestante.
Se la Croce di Cristo nella storia da 'segno', e da 'mezzo' (sussistente però in qualità di segno), è pensata quale causa umana di salvezza, tutto il bene che viene dal riconoscere che in Essa è Dio a sacrificarsi viene annullato da una indistinzione tra natura umana e natura divina. Gesù Cristo quale evento di incontro personificato Dio-uomo non è motivo per accantonare la verità stabilita anticamente in Concilio: nella unione teandrica le due nature sono distinte. Quindi nessuna compassionevole impotenza di Dio e altruistica sovrapotenza umana. L'esempio dell’uomo che dà al prossimo l'intera propria vita è un residuo mitico che insinuato nella simbologia allegorica genera un orrore mai visto prima nel mondo religioso – certo che la fede nella salvezza ultima comporta il rischio dell’errore estremo.
Non c'è dubbio che l'impostazione su cui verte il discorso dell’autore dell’articolo sia proprio quella giusta: il sacrificio di Dio sulla croce. Tuttavia cercarne con problematico misticismo il corrispettivo umano è un indugio che se non smascherato genera fatalmente scomposte reazioni vitalistiche, quali quella dello stesso Mancuso.
Il teologo evangelico E. Jüngel riassumeva l’evento della Riforma protestante con l’espressione ‘Solus Deus’, abbandonando così ogni ambiguità. Monofisismo ereticale o proprio eretico? Niente di tutto questo. Il disastro sorge quando antropologia e teologia sono costrette non legate assieme per voler restare a tutti i costi in una storia recepita come unica. Ciò confonde biografia del messia umano e figura teologica da lui non specchiata solo rappresentata (e concetto predicato e Idea mostrata attraverso la predica stessa). Se nella cristologia non si specifica la distinzione tra le due nature umana e divina ne nasce una confusione mortale per la Dottrina cristiana.
La Trinità presenta tre elementi di cui il secondo, “il Figlio”, non è personaggio storico. Nel Vangelo Gesù se ne attribuisce solo titolo, specificandone l’umiltà rispetto agli analoghi politeisti esenti da idolatrie, i quali lasciando agio per iniziative umane consentivano ampio sviluppo di proprie virtù (la differenza “Figlio di Dio” / “dèi” – U. Zwingli a suo tempo aveva precisato che maggiore virtù non forza della fede è nel paganesimo (Gv 10, 31-36)). Nel Secolo Ventesimo R. Bultmann affermava con forza che nessun individuo storico è oggetto di fede e che bisogna superare il linguaggio mitologico (senza negarlo!) per giungere alla Verità teologica. È ciò di cui l’articolo che sto commentando ha bisogno, non senza la necessità di riconoscere proprio una fantasia intrusa. Difatti l’altruismo di Dio Figlio è irreplicabile e da non replicare con l’altruismo del messia umano che alla esistenza del Figlio partecipa soltanto.
Se non si rispetta tutto ciò ecco che giusta premessa teologica (il sacrificio di Dio) resta senza la sua giusta conclusione e che la vera storia non può essere integrata nella vera Dottrina.
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Storia e ontologia dominano il discorso dell’autore dell’articolo assieme alla registrazione di un presunto divario o abisso tra Passione di Cristo e sua Resurrezione. Ma allora come fare a tenere insieme evento umano ed essere eterno di Dio?
Sepolcro di Cristo e Gesù Celeste compongono un’assenza mentre si dice di rianimazione biologica ma pure di trasformazione-trasfigurazione corporea. Allora tale rianimazione se non è il ripresentarsi dello stesso corpo, della medesima persona, cosa sarebbe? L’autore dell’articolo cerca di dimostrare che il Risorto non è solo nel mondo dello Spirito, ma a sua detta fisicamente ciò sarebbe l’assenza di lui: chi lo rivede non sogna, non è allucinato ma è solo un essere remoto, celeste che appare. Questo sarebbe il non ripetersi indefinito del male, la storia che non si chiude nella propria negatività, l’irrompere di Dio extra nos, esternamente alla nostra mente ed esistenza fisica, dunque non un segno ma direttamente cambio di destino… Eppure, dico, una esistenza ulteriore, remotamente celeste, non cancella l’accaduto tragico, lo sublima soltanto; e solo magicamente cioè inanemente questa dipartita potrebbe cambiare il destino della storia. Invece Gesù di Nazareth morto e risorto è segno di un futuro che Dio compie, direttamente Lui solo – e va detto pure che tale segno nell’articolo è descritto a metà, privato del suo manifestarsi quale accadimento fausto.
Dovendosi affermare realtà storica e ontologica, si deve distinguere – avendo cura di capire che apparire della morte non è suo compiersi - tra risuscitazione fisica e risurrezione metafisica.
V. Mancuso è accusato di relegare il risorgere in un puro separato spirito; ma se non si testimonia della completa risuscitazione fisica distinta non separata dalla risurrezione metafisica allora quel che resta è la alienazione dello spirito dalla materia e la critica atea (in particolare marxista) finirebbe col sostituire la dottrina di fede.
La risurrezione è davvero evento spirituale, fuori dalla portata della indagine scientifica; invece il corrispettivo materiale costituito dalla risuscitazione è la morte apparente, che è eventualità nota agli scienziati. La fede in Cristo risorto non dipende dalla percezione di un assoluto prodigio ma dalla constatazione che in tanta – nonostante tutto – impotenza umana solo il potere di Dio stesso provvede all’oltrepassamento di una morte inaccettabile, ‘ignominiosa’, ovviamente tutto questo senza che si neghi l’altra futura serena dipartita. I limiti umani restano, il cristianesimo nasce con la consapevolezza dei propri umani limiti e l’intuizione che nel caso peggiore Dio ne sopperirà… e questo non significa che l’aspettativa di vita cristiana sia obbligata a passare attraverso accadimenti estremi. Non c’è alcun destino segnato, la morte da superare può anche apparire solo in mente.
MAURO PASTORE
II
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Che strada ha preso Mancuso, in che senso da parte sua e i suoi abbandonare il cristianesimo basandosi sullo stesso messaggio cristiano? L'Annuncio (Kerygma) del Vangelo accade manifestando il Verbo tramite il verbo umano, la Parola di Dio tramite le parole degli uomini. Non c'è l’identità che una certa decadenza cristiana vagheggia ma una semplice rispondenza tra le due sponde. Per questo Gesù uomo che ferma, fisicamente, chi lo vuole adorare, sta assieme, e senza conflitto, alla rappresentazione di Gesù che è Dio - questa sì l'Idea - nell' "Io sono". Confondere idolatricamente biografia umana e ritratto dell'Idea salvifica - non un ritratto della natura umana, ma un segno che schiude l'orizzonte della vera natura umana - non è una direzione accettabile, non assurge a protesta né ad alternativa. Certo è un segno che indica l'insostenibilità di parte del cattolicesimo così come ridotto oggi.
Mancuso si appella a Platone oltre che all'ebreo Gesù. Quest’ultimo in realtà dovrebbe essere posto in causa storiograficamente col suo vero nome Yeshua – “Gesù” era soprannome per la sua missione, parola greca diminutivo del nome “Giasone” che solo la confusione popolare ha fatto coincidere con 'Yehoshua' (Giosuè), il cui diminutivo è proprio “Yeshua”: il fraintendimento di questo particolare linguistico, fraintendimento insinuato dalla subcultura non cristiana anche nella autentica cultura religiosa, è sintomatico! E così come l'uomo che rappresentava l'Idea di Gesù non ne poteva esser specchio (Dio è Alterità, “a immagine e somiglianza” non è ‘uguali in persona’), e l'intendeva senza neppure capirla perché era un ebreo non un cristiano, ugualmente Platone che lasciava scritto "teologia" non indicava per gli altri ciò che attualmente in Occidente e altrove si intende propriamente per teologia. Nella lingua dialettale greca antica il termine risultava essotericamente 'teo-logia', cioè un discorso nonostante tutto separato dal suo oggetto che restava del tutto oscuro, solo esotericamente 'teologia', ma così ci si trova nella dottrina orfica riservata agli iniziati (e Mancuso dimostra di non saperne e di non intenderne). Il neoplatonismo nella sua forma universale si congiunse al cristianesimo e con ciò non applicò il veto che invece Mancuso dopo tanti altri usa per la fede quale premessa della giusta ragione. Questa premessa non limita la libertà ma consente di esercitarla, anche razionalmente.
Mancuso non sa tenere insieme salvezza per fede e necessità di opere, allora invece che pontificare ammetta di non capire. È vero che alcune manifestazioni cattoliche ambigue o degenerate gli davano e gli danno spunto per la sua critica, ma questa obiettivamente è andata fuori ogni misura. Lui cita una frase dalla Lettera agli Ebrei, che io riporto con un po' di testo (biblico) in più:
"Infatti dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issòpo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: Questo è il sangue dell'alleanza che Dio ha stabilito per voi. Alla stessa maniera asperse con il sangue anche la Tenda e tutti gli arredi del culto. Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi."
E' evidente anche dalla Scrittura che il discorso cristiano sulla necessità del "sangue di Cristo" è di ordine simbolico, esso non è quello della Légge ma del Vangelo, mentre del suo relativo ebraico va inteso questo significato: il peccato è un giudizio non dato per capriccio ma in relazione a una concreta inaccettabilità, un dramma reale. Non si tratta di compiacimento o provocazione.
La fuoriuscita di Vito Mancuso dal cattolicesimo e dal cristianesimo è una sconfitta. Inutile che ci si appelli al Dio dei filosofi per aver confuso la missione del rabbi Yeshua con il segno religioso da lui fatto.
MAURO PASTORE
Da un punto di vista generale va notato che Mancuso ha preteso troppo dalla prospettiva teologica, non solo perdendone il legame con la relativa fede ma pure isolandone il punto di osservazione dall'altro orizzonte necessario, quello detto demonologico. Non si tratta di fantasiosità ma di studio rigoroso di un negativo non sostanziale (questo lo affermò Th. Hobbes, negando che le azioni di esorcismo fossero anche pratiche propriamente dette) ed estremo, la massima negatività di quel che accade in opposizione alla presenza di Dio.
Che senso ha credere o solo pensare alla salvezza da Dio separandola dalla storia, senza più considerare l'evento della presenza di Dio nella sua sempre nuova funzione? Questa presenza è salvifica se c'è un accadimento sfavorevole oltre ogni forza universale e la funzione diventa attiva per mezzo di avvenimenti che ne dipendono, ogni volta risultando nuova. Dio salva ordinando e consentendo relazioni, in modo che il male estremo sia annullato non senza un evento nel mondo stesso; non fosse così il suo completo intervento impedirebbe lo svolgersi della vita cosmica. Così è instaurata l'unione specifica tra uomo e Dio rivelata col Vangelo poi realizzata in Cristo stesso. Questa unione non è valevole dovunque e sempre, ma solo nel succedere che l'opposizione a Dio ne richieda l'intervento. Essa in potenza esiste già nell'eternità ma non è una qualsiasi che si possa dire appartenga a qualsiasi religione.
Dunque Mancuso si relega in una astrazione oltre che assurdamente ottimista anche inutile. Il Bene che lui pensa sia unito all'umanità, cosa è se non un moralismo? Poiché non è una compensazione necessaria di una minaccia opposta, questo preteso bene assoluto si trova a limitare la libertà umana in qualità di vano simulacro della Bontà in cui consiste realmente Dio. Non è possibile stare con due piedi in una sola scarpa, dice un proverbio popolare.
Filosoficamente V. Mancuso svolge l'intento di ritrovare la purezza della dimensione sovratemporale entro la stessa cornice mondana. Ma il suo riferimento cosmologico alla Relatività, a una realtà organizzata totalmente in nessi tra ciò che è eterno e ciò che è tempo, non può contenere l'Indeterminazione che nonostante tutto caratterizza la materia del mondo, simile a un magma. Certo la Teoria di Einstein non può non piacere ai teologi, ma lo spaziotempo è tutta l'ampiezza che essa riferisce a prescindere da altri esterni presupposti, invece è la Teoresi matematica dell'infinito e della multidimensionalità a porre l'intelletto a fronte di un conseguente razionale e diretto interrogativo sull'Alterità. La fisica delle Particelle con la Teoria dei Quanti e il Principio di Indeterminazione e in accordo con le Teorie della Gravità e della Relatività presenta un cosmo in cui l'ordine è recondito e non determina tutto. Tanti teologi hanno fatto sponda con la fisica della relatività per sostenere la realtà dimensionale ulteriore in cui c'è Dio, in particolare J. Hick. Ma questo ha senso soltanto parziale e non basta per definire Dio e l'uomo e il mondo... Hick non aveva mai pensato a una tuttologia e il suo teocentrismo ha un valore pragmatico per trovare ciò che è comune tra varie fedi. Questo non equivale a definire concretamente un rapporto che possa contenere ciascun fondamento di ciascuna fede religiosa, come se una certa incognita X o una non incognita A non variabili valgano per tutti gli elementi fondanti (Cristo, Islam, Yahvè... Buddha) di ogni Dottrina. Invece di riflettere sulle intrinseche problematicità del teocentrismo, Mancuso si separa dall'insegnamento della filosofia contemporanea che a causa di necessità non per un gioco di smentite è ritornata ad affermare con forza il divenire come nei tempi e luoghi di Eraclito e dei suoi discepoli e allievi. Questa affermazione non è una negazione dell'eternità, tanto che i lavori di M. Heidegger e J. Derrida trovano riscontro anche nella teologia cristiana: la Teologia del Processo con cui si attesta l'aver Dio una propria dinamica, e la Teologia dell'Evento, con cui non oggettivamente si afferma l'accadere non sempre uguale della presenza di Dio, che risulta evento per noi che siamo nel tempo. Heidegger dicendo della eventualità dell'essere non aveva mai significato la assoluta totalità, Derrida dicendo che essere è presenza non aveva mai indicato 'solo presenza'. Né il Processo, con cui si spiega la facoltà spirituale dell'uomo e lo spirituale esistente nell'universo, né l'Evento, con cui si spiega la religione quale ritualità e costruzione arbitraria, sono motivo di negazione che Dio è eterno e che non può essere definito in una esistenza singola. Non c'è dubbio che la questione della cristolatria e della gesulatria esista e che il cattolicesimo sia in parte vittima di questi due correlati fenomeni. La coerenza vuole che l'accoglimento nella Chiesa cattolica romana della latria quale preliminare del Culto resti svincolata, e assolutamente se ne svincoli se il colmo è stato raggiunto, dalle manifestazioni del Simbolo teologico-dottrinale di Cristo e della Icona teologica-religiosa di Gesù. Ma non si trova che dal Vaticano giungano segni concordi. Heidegger partito dal cattolicesimo lo aveva lasciato per approdare al paganesimo germanico rendendo esoterici i suoi riferimenti teologici; Derrida che proveniva e senza averne negato dal sionismo degli ebrei africani, già attivo al tempo di Agostino di Ippona, era in forte concorrenzialità col destino della teologia cristiana ed in particolare occidentale. Ciononostante i due concetti che dei loro lavori ho esposto sono disponibili se estrapolati dai rispettivi contesti ristretti e opposti. Pensare alla realtà quale rete di relazioni avvicina alla visione teocosmologica pagana ed allontana da quella antropoteologica cristiana. Non ne esiste quadro scientifico, solo uno scientismo (per mostrarlo ho fatto prospetto di stato della attuale scienza fisica). Non ha senso ridurre la singolarità di ciascun uomo alla sua individualità in panica relazione...
E non è per gioco che molti intellettuali cattolici vivano un po' o tanto panico nel vedere la loro dottrina prima fatta a pezzi poi riorganizzata antagonisticamente da Vito Mancuso. Si tratta di una operazione non filosofica in cui i rapporti con la filosofia sono impiegati al rovescio da ciò che la saggezza filosofica impone. La gerarchia cattolica del Vaticano restando legata specialmente alla filosofia antica, e non si tratta di torto né di errore certo, non ha avuto diretti confronti col pensiero filosofico contemporaneo né ha accolto il suo parallelo teologico. Entrambi nel dire di Evento, dell'Essere, di Cristo, non sostituiscono gli antichi pensieri della Substantia ovvero Ousia e della Ipostasi ma gli offrono dei contesti concreti e degli svolgimenti profondi. Questo vantaggio non piace a chi idoleggia Nazareth e la Galilea o idolatra l'appartenenza etnica semita del Nazareno (che appunto era detto anche Galileo).
Non è giusto che la Dottrina del Cattolicesimo sia contesa, divisa, fraintesa e vilipesa da tradizionalisti inadempienti e innovatori mancati.
Queste mie dimostrazioni incontrano spesso perplessità o proprio la persuasione che il loro contenuto sia tanto astruso da non meritare sincera attenzione. Questa reazione in verità è atea o proprio di atei dalle vedute troppo ristrette.
MAURO PASTORE
III
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Alcuni miei commenti agli articoli di Staglianò e alla replica di Mancuso non sono stati pubblicati. Spero sia accaduto incidentalmente. Fossero stati esclusi per rifiuto della affermazione della molteplicità cristica, l'esclusione da parte cattolica sarebbe ancora più grave. Forse ha pesato l'anticonvenzionalismo di certe mie affermazioni, ad esempio ipotizzo che il "Solus Deus" riferito da Jüngel alla Dottrina della Riforma protestante è stato scambiato dalla moderazione del sito per vaneggiamento...
Concordo sul fatto che Mancuso ha cominciato ad esulare dalla teologia propriamente detta, ma l'elogio della carne di Gesù che Staglianò fa è fuori luogo. Avrebbe un senso se ricondotto e risolto nella affermazione della presenza di Dio nel messia umano (Incarnazione), ma questa relazione non è esplicitata da Staglianò che dunque mentre fa giusta obiezione le toglie il necessario fondamento.
D’altronde Staglianò stesso nel raccontare, a proposito del rifiuto dell’immagine di un Dio capriccioso e sanguinario, il proprio post-teismo si mette a nudo: anche lui alle prese con una deviazione si libera della sporcizia gettando via quel che è stato ingiustamente sporcato. Per quanto il teismo sia generico ed astratto, il monoteismo lo contiene e superare per via generale il teismo significa per il teologo perdere i concetti necessari… E quanto al “protestantesimo penale”? Le critiche alle ideologie umane presenti nei discorsi della Riforma protestante non vanno modellate sulle critiche protestanti al cattolicesimo degenerato. Una protesta ingiusta non va rifiutata appellandosi genericamente al Protestantesimo, che non è un fenomeno unitario però contiene un suo Principio in quanto tale innegabile: l’Evangelo è testimonianza senza compromessi - fatta anche per distruggere pregiudizi e prevenzioni… e la Dottrina della Giustificazione non è l’imitazione di un codice penale. Inoltre Staglianò puntualmente nel porre in causa l’incontro tra Dio e uomo li confonde attribuendo il potere salvifico di Dio anche all’uomo Gesù… Allora bisogna capire che i due contendenti sono complici di un medesimo cattivo servizio fatto alla Chiesa Cattolica.
Riguardo al richiamo ad Abele, Staglianò dimentica che Gesù è “figura di Abele” e che la riconciliazione di Cristo può anche essere interpretata quale “compimento della ‘vendetta’ di Dio”, che è tutt’altra cosa dalla mimesi umana e che la rivelazione ultima dell’Apocalisse presenta, racconta.
Riguardo a Gesù Cristo morto e risorto Staglianò ripete quel che è una - non solo sua - elucubrazione; dato che si dimentica del risuscitato e crede in un Assente è vano per lui dire di storia concretamente redenta. La morte sulla Croce appare ma non si compie, il linguaggio della Bibbia va inteso correttamente, c’era stata sopravvivenza del messia umano di Nazareth, il risorgere era spirituale ma implicando un materiale risuscitare.
La citazione che Staglianò fa del Concilio di Calcedonia e delle due nature umana e divina in Cristo - forse realizzata con l’illusione di accogliere e superare mia critica non pubblicata? - si pone contro suo stesso discorso: proprio lui questa duplicità, come ho già mostrato, se la scorda confondendo principio divino e conseguenza umana.
Scrive Staglianò a Mancuso: “Domando a te e ai tuoi lettori: il tuo “Cristo prevalente” custodisce ancora la densità e la sostanza dell’homoousios del Credo Niceno-Costantinopolitano? Ha ancora in sé la verità scandalosa e salvifica di quel «della stessa sostanza del Padre», vero Dio da vero Dio, che si è fatto uomo e si offre nei Sacramenti?” E poi ancora: “Io propongo la «Teologia in ginocchio», la «Pop-Christology» e «l’Illuminismo cristico»”. Non c’è dubbio che Mancuso separandosi dalla esistenza cristiana e relegandosi nelle essenze pagane non sappia proprio motivare e definire la prevalenza di Cristo; tuttavia Cristianesimo e Cristianità non si fondano sulla figura di Gesù. Questa è da recuperare nel suo proprio valore teologico, dunque nella sua astorica unicità; ma questo recupero è funzionale al ritorno a una esatta concezione del Cristo, accogliendo la molteplicità cristica nella storia, perché Cristo è realtà che si mostra in indefiniti eventi. Non è ammissibile la concentrazione su una sola vicenda messianica, tantomeno che vicenda umana e Processo in Dio siano scambiati di funzione. Il proposito di Mancuso è buono, quello di Staglianò no. Non si può conciliare libertà del cristiano e genuflessioni inopportune, pensieri popolari e competenza accademica, ragione generica illuminista ed iniziazione cristiana. Una buona “teologia in ginocchio”, buone concezioni cristologiche popolari, un cristianesimo illuminista possono esistere, sono esistiti, ma fuori dalla confusività che si evidenzia nei testi di Staglianò che ho commentato.
– Al seguente link si trovano tra il resto i miei commenti non pubblicati qui: https://www.nonsoloniente.com/post/volere-ma-cosa-volere-tenebre-spirituali-dell-occidente-e-noluntas .
MAURO PASTORE |
MAURO PASTORE
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