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Un po' di chiarezza su cristianesimo e paganesimo

  • 7 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 8 mar

Percepire i riflessi si può solo a una certa distanza; ma lontani non si può capire una Presenza.

Non si può superare questa alternativa, che però non è una necessaria separazione.

Così Carlo Magno era venerato dalle genti del Baltico, restate - fino ad oggi - nel culto di tante divinità; e così l'eroe greco Giasone ispirava i primi cristiani, che usavano il suo diminutivo (Ιησους, Gesù) per indicare Dio 'entrato' nel mondo stesso.

Nella Bibbia non si condanna il culto dei veri dèi, quali 'riflessi' di Dio; ma si rappresenta un tempo di altra necessità, quando il potere dell'uomo non basta e neanche quello delle virtù conquistate col ricorso alle divinità.

Questo non significa che il mito deve finire o che è finito. Il dir altro, l'allegoria, non distrugge 'le favole antiche'.

Monoteismo e politeismo stanno assieme, fino al punto che un cristiano può essere onorato per 'eroe divino', elevato al rango di un dio, e un pagano per 'testimone di Dio stesso'.

Ma questo assolutamente non significa che un segno o un simbolo cristiano, monoteista, possa diventare elemento di un mito, o che, viceversa, si possa attribuire alle cose del paganesimo valore allegorico.

"Gesù" di Nazareth* era soltanto un umile rappresentante di Dio, non un novello Ulisse; e Ulisse non diede mai lieto annuncio di Dio.

Nella Bibbia c'è solo il linguaggio del mito, non di più, e la mitografia (pagana) non rappresenta l'assoluta alterità; lo stesso è per l'Evento che la Bibbia riferisce e per gli Accadimenti che le mitologie suggeriscono.


Per questo, quando io, da cristiano quale sono tuttora, mi sono trovato a ricevere affermazioni di altre religioni, secondo cui la mia vita coincideva con questo o quel riflesso di Dio, avendo compreso gli Accadimenti in cui ero esternamente coinvolto non ho voluto negare. I fenomeni religiosi non sono separati e le verità piccole non sono sostituibili dalle grandi; e i tempi per credere e non credere sono vari o diversi.



*Gesù di Nazareth aveva per suo vero nome Yeshua, diminutivo di Yehoshua, ovvero Giosuè; questi è personaggio opposto, cioè è realizzatore egli stesso del piano di Dio, non segno e mezzo della sua realizzazione ultima da parte dello stesso Dio. Tale segno è allegorico e così si spiega il soprannome Ιησους, Gesù, col fatto che il messia umano non era specchio ma rappresentava solamente un'altra realtà. Lo stesso Nazareno era attuatore di un presepe, ma coi fraintendimenti di un volgo non veramente cristiano si confuse il rappresentante per ciò da egli rappresentato - il che è idolatria, a volte dedita ad orrori estremi, giacché la fede in Cristo è per la salvezza ultima e può attraversare l'estremo errore.

- La biografia del tale Yeshua detto Gesù di Nazareth è rimasta molto oscura ma non in tutto. Era un ebreo, giudeo anche, in polemica col potere romano in Palestina, cui suggeriva di opporsi pacificamente ma che riconosceva per autentico e non un sopruso. Filosoficamente era partecipe del cosiddetto 'cinismo', difatti la presenza romana nel luogo non aveva rimosso quella dell'ellenismo, sorto dopo le conquiste di Alessandro Magno e ancora modo di vita. Il suo esser segno per un'altra futura religione, che non fu la sua, era sotto il nome religioso di "Sion", affermante un potere sul mondo ma per il riconoscimento degli altri. Era un "rabbi", sorta di maestro religioso, e non risulta essere stato mai venerato quale santo - mai sentito veramente di un culto di "San Gesù di Nazareth" - mentre la sua vita di non peccatore restava entro la dimensione del giudizio e della colpa, ciò significa che non era un greco né un uguale, cioè non era nella semplice alternativa fra torto e non-torto (la trasgressione di Adamo non è di tutti, si afferma in un passo biblico). Per amicizia coi suoi, ebrei e giudei, caduto in disgrazia ne volle affrontare le traversie senza dileguarsi; e durante tutto questo faceva da segno per il futuro cristianesimo. Visse morte apparente, dopodiché fu considerato 'già in cielo', il che stava - e sta! - a significare che visse il resto dei suoi giorni in armonia con Dio - nelle Scritture cristiane "morto" non significa condizione definitiva, può essere anche il solo stare sulla soglia della morte, e la fine della vita è descritta a rigore con più parole anche diverse. La fede cristiana vide e vede nel superamento delle sue traversie non un'azione di umana o semplice divina potenza ma un intervento di rivelazione definitiva di Dio nella storia umana e del mondo. Propriamente però non un solo avvenimento; perché la 'venuta di Cristo' è molteplice, v'è sempre la prospettiva de 'l'altra venuta' - il che non significa necessità di reiterare situazioni violente. Per la fede cristiana si tratta di superare guai e difficoltà, non di credere in essi.


 
 
 

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Circa l'autore di questo blog:

Non sono membro di nessun clero e non appartengo specificamente a nessuna chiesa; non sono neanche cattolico; il mio cristianesimo si basa manifestamente sull'espressione dell'allegoria, del non privato dire altro, non sulla ossessione del crocifisso.

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